Gusto la mia povertà. Come un tè leggero, quasi insapore. Le ore che volano via così e tu inchiodato alla tua inoperosità. Alla tua completa, così pensi tu, inutilità. E ben lo so quanto mi costa cara questa inoperosità forzata. Come il più duro lavoro. Che si va ad aggiungere, giorno dopo giorno, ora dopo ora, a un monte ore di inoperosità da fare invidia a chiunque. Come se mettere a confronto, per competizione, questo monte ore di inoperosità fosse di qualche vantaggio per qualcuno. Questa è la mia croce quotidiana che mi inchioda le braccia. E dalla mia pacifica rassegnazione nasce la consolazione per il mondo che deve nascere. Dio distribuisce le Sue consolazioni a partire da un sacrificio accettato con, per amore. Questo è il mio duro lavoro da anni. Un inesorabile volere divino che mi inchioda, immancabilmente, alla mia inoperosità, senza che io possa evitarlo in qualche modo. Così come l'operaio attende il suo fine turno, anche io attendo, quotidianamente, il mio fine turno, il momento nel quale posso finalmente dedicarmi a qualcosa: una lettura, uno studio, qualcosa da fare insomma. Questo fa parte delle cose non dette, delle recriminazioni non dette e non dicibili. Nel monte delle recriminazioni quotidiane da cui ci sentiamo sommersi, non si vantano recriminazioni simili a queste, nelle quali uno è condannato all'impotenza, perché sembra che tutti abbiano qualche cosa da fare e sappiano sempre perfettamente che cosa fare. Ma è solo perché c'è un monte di cose non dette e non dicibili. Ecco che allora questo si inserisce in un circuito di condivisione, sebbene nessuno ne parli. Ma io non recrimino nulla. Accetto in silenzio la volontà di Dio.
domenica 1 febbraio 2009
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